Il “dinosauro” bianco di Roma che accoglie ogni viaggiatore

Le stazioni ferroviarie sono dei luoghi di transizione, di passaggio. Spesso le persone ci passano in gran corsa per andare a prendere questo o quel treno, senza mai avere neppure il tempo di guardarsi intorno e riflettere su quelle pareti, sulla loro provenienza e sul perché siano proprio in quel modo e non in un altro. Anche chi si ferma per un po’, magari in un’attesa imprevista o un po’ più lunga del solito, non lo fa pensando al luogo che lo circonda.

Le stazioni, in fondo, sono dei “non luoghi” perché non esistono come posti a sé, esistono in funzione delle mete che le persone che ci passano vogliono raggiungere. Sono paragonabili all’atrio di una casa, che accoglie ogni ospite e viaggiatore, ma che viene attraversato già con il pensiero di quello che ci sarà dopo.

Roma Termini

Roma Termini

John Lennon cantava che “La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti”. Ecco, forse anche per i posti vale lo stesso. Alcune volte capita che i luoghi li dai per scontato, li vivi superficialmente perché sei impegnato a fare altro e poi ti rendi conto che – forse – ti saresti potuto fermare un attimo di più ad assaporarli e conoscerli.

Noi abbiamo fatto proprio questo: ci siamo recati in Punta di Piedi in un posto che tutti conoscete ma che forse ha qualcosa in più da raccontare.

Si tratta della Stazione di Roma Termini che si trova sul colle Esquilino ed è la più grande d’Italia e al secondo posto in Europa.

Il nome della stazione deriva dal latino thermae, in riferimento alle vicine Terme di Diocleziano che quindi le danno il nome.

La stazione nasce da un progetto del 1860, presentato all’allora papa Pio IX, inizia ad essere costruita nel 1862 e aperta al pubblico nel 1863. Il suo nome inizialmente era Stazione Centrale delle Ferrovie Romane. Tra varie interruzioni dovute a diverse vicissitudini storiche, la stazione viene finalmente ultimata nel 1874 sulla base di un progetto dell’architetto Salvatori Bianchi.

Roma Termini esterno

Roma Termini esterno

La piazza di fronte alla stazione che ha il nome di Piazza Termini – e che nel 1888 diventa l’attuale Piazza dei Cinquecento in onore dei 500 soldati morti a Dogali-  ospita l’Obelisco di Dogali che, successivamente, negli anni ’20 viene spostato nel giardino di via delle Terme di Diocleziano. Nei dintorni, poi, la stazione è circondata da terreni che erano horti, ossia residenze di campagna e alcune superstizioni dicono fossero infestate dai fantasmi.

Nel 1942 si decide di rinnovare e rendere più moderna la stazione e lo si fa attraverso un progetto di Angiolo Mazzoni. La guerra, però, pone un forte freno ai lavori che vengono ultimati nel 1950.

Il "Dinosauro" - Roma Termini interno

Il “Dinosauro” – Roma Termini interno

L’idea alla base del progetto è di dare continuità alla struttura rispetto a quello che la circonda, ed in particolare alle Mura Serviane. Per questo motivo la stazione assume il colore bianco ed ha una struttura semplice ed essenziale. Questa sua conformazione e la volontà di far sì che l’edificio abbia un’armonia con il contorno le valgono il nome di “dinosauro” perché il soffitto dell’atrio è ricoperto da tessere bianche di marmo che ricordano delle scaglie.

Sempre su Piazza dei Cinquecento c’è la Lampada OSRAM, un palo alto con in cima una serie di lampada a vapori di mercurio e che viene impiantata nel 1960 dalla OSRAM, appunto, in occasioni delle Olimpiadi di Roma.

Lampada Osram

Lampada Osram

Insomma, Roma Termini ha una sua storia, che la eleva ufficialmente dalla condizione di “non luogo” e la fa diventare a tutti gli effetti un luogo che ha le sua storia e le sue storie da raccontare. Una storia legata alla sua costruzione e che noi vi abbiamo narrato; delle storie legate a chi ci passa sempre o c’è passato, che potreste – invece – raccontare voi a noi.

Articolo di Federica Ponza

 

Simbolismo, leggende e competizione. Tutto quello che non sapete sulla Fontana dei Quattro Fiumi

La Fontana dei Quattro Fiumi

“L’acqua non aspetta mai.

Cambia forma e scorre attorno alle cose, trovando sentieri segreti a cui nessun altro ha pensato…”.

Arthur Golden

Oggi, con Roma In Punta di Piedi, passeggerete in una della più belle e conosciute piazze della capitale: Piazza Navona, sempre frequentatissima da romani e turisti, colpiti dai tanti artisti che ogni giorno l’affollano con le loro tele, ritratti e caricature! La sua forma ellittica la rende uno dei luoghi più affascinanti di Roma…Infatti, e forse non lo sapete, era lo stadio di Domiziano. Orgoglio della Roma barocca, a Piazza Navona sorge una delle fontane più celebri dell’intera città: la Fontana dei Quattro Fiumi. L’avrete vista tante di quelle volte, ma sapete la sua storia? E la simbologia e le leggende che aleggiano su di essa?

Innanzitutto bisogna tornare indietro nel tempo, nel lontano luglio 1648 e fino al giugno di tre anni dopo. La costruzione della fontana ha infatti visto scontrarsi due artisti italiani di fama internazionale: Borromini e Gian Lorenzo Bernini. La storia racconta che proprio Bernini, per ottenere la commissione da Papa Innocenzo X, diede in dono alla famosa cognata, Donna Olimpia Maidalchini, un modello dell’opera che aveva in mente, in argento e alto un metro e mezzo. Olimpia, influente e particolarmente avida, convinse il Papa a scegliere Bernini e Borromini ne fece le spese, dando così vita all’eterna rivalità tra i due architetti. Non solo: Bernini riuscì ad entrare nelle grazie del Papa anche per la metafora che reggeva il suo progetto: “la grazia divina che si riversa sui quattro continenti”.

La Fontana e la facciata di Sant’Agnese in Agone

Ma la fontana a cosa deve il suo nome? Le grandi figure maschili scolpite nel travertino rappresentano i fiumi più lunghi del mondo, almeno per le conoscenze geografiche dell’epoca. Inoltre ogni fiume rappresenta un continente: il Danubio, il Nilo, il Gange e infine il Rio della Plata. Dobbiamo la loro scultura ad alcuni celebri collaboratori di Bernini, rispettivamente Ercole Antonio Raggi, Jacopo Antonio Fancelli, Claude Poussin e Francesco Baratta. Per quanto riguarda le proporzioni e la grandezza di queste figure possiamo far riferimento a un documento custodito nell’Archivio di Stato di Roma nel quale Raggi scrive: “si obliga far detta statua o fiume d’altezza se si drizzasse in piedi di palmi 20 di misura Romana”, cioè circa quattro metri e mezzo. Secondo la tradizione persino le statue sarebbero state scolpite in atteggiamenti rivali, a significare la competizione tra Bernini e Borromini che, tra l’altro ha progettato la Chiesa di Sant’Agnese in Agone, proprio di fronte alla fontana. Per esempio, la statua che sta a simboleggiare il Rio della Plata ha un braccio alzato per difendersi dal crollo dell’edificio che ha proprio di fronte a sé, invece quella del Nilo si copre gli occhi con un velo per non guardare Sant’Agnese, opera borromiana.

Il Nilo

In realtà, quest’ultimo gesto potrebbe avere un altro significato: celarsi in riferimento al fatto che la sorgente del fiume africano rimase ignota fino al XIX secolo. La parte bassa della scogliera raffigura la flora e la fauna dei quattro continenti: un cavallo che si abbevera sotto il Danubio, un mostro marino, un coccodrillo, fiori e cactus, un leone e un drago sotto il Rio della Plata. Quest’ultimo trasfigura l’armadillo imbalsamato di provenienza americana che pendeva dal soffitto della Wunderkammer del museo di Athanasius Kircher, un gesuita con cui Bernini era in contatto. L’intento di  Bernini era quello di suscitare meraviglia in chi ammira la fontana, componendo un piccolo universo in movimento a imitazione della realtà naturale. Col suo talento riesce a ottenere sensazioni atmosferiche, scompigliando palme e criniere di cavallo. Creazione divina, luci e ombre, piena e secca sono alla base della costruzione della fontana. L’apice si raggiunge con la figura della colomba che sta a significare, insieme allo stemma papale, la rivelazione cristiana.

Particolare della Fontana

La fontana è poi protagonista di un curioso episodio datato 12 giugno 1651, giorno della sua inaugurazione, alla presenza di papa Innocenzo X. Dopo aver scoperto il lavoro di Bernini, tutti rimasero folgorati dalla bellezza delle statue e dalle decorazioni in vernice dorata, ma la fontana era priva di acqua. Bernini raccolse le congratulazioni di tutti, compreso il papa, che non accennò alla mancanza per non umiliarlo e, solo quando il pontefice stava per andarsene, ad un cenno di Bernini, venne finalmente aperta la leva che fece sgorgare le acque, con grande ammirazione di tutti i presenti. Al che il Papa disse: “Cavalier Bernini, con questa vostra piacevolezza ci avete accresciuto di 10 anni di vita!”.

La Fontana dei Quattro Fiumi è diversa da tutte le altre per significati e leggende. Inoltre, è resa ancora più particolare dal fatto che l’acqua non zampilla, ma sorga dalle rocce, si trasforma in piccole cascate e traboccamenti naturalistici, con forza e vitalità.

 

Articolo di Elisa Salvati

 

Foto da: wikipedia.org, tripadvisor.com, juzaphoto.com,

 

Il cimitero acattolico di Roma

All’ombra della Piramide Cestia, nel quartiere romano di Testaccio, si trova uno dei luoghi più silenziosi e “poetici” della città. Non un immenso parco, come tanti ce ne sono a Roma, né una grande piazza ricca di fontane zampillanti o di statue e monumenti, bensì un cimitero. Stiamo parlando del cimitero acattolico di Roma, chiamato anche “cimitero degli Inglesi”, o “cimitero dei protestanti” o, ancora, “cimitero degli artisti e dei poeti”; nel quartiere è più noto però come “cimitero del Testaccio”. La poesia che ispira questo luogo è dovuta al fatto che in esso sono sepolti poeti e scrittori del calibro di Shelley e Keats, così come innumerevoli altri artisti tra pittori, scultori, filosofi, attori e così via.

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Nelle culture cattoliche i cimiteri sono posti lugubri perché il momento della morte è visto come qualcosa di estremamente infelice. Nelle culture protestanti, invece, sia il cimitero che la morte sono viste da un prospettiva diversa, tant’è che i cimiteri anglosassoni sono organizzati con ampi prati verdi fra una tomba e l’altra, dove spesso le famiglie dei morti soggiornano per un pomeriggio, magari per fare un pic-nic. Il cimitero acattolico di Roma è un compromesso tra le due concezioni; al suo interno non si può mangiare per rispetto nei confronti del modo in cui i cattolici vedono i luoghi destinati a custodire i morti.

Dal momento che le norme della Chiesa cattolica vietavano di seppellire in terra consacrata i non cattolici, tra cui i protestanti, gli ebrei e gli ortodossi, nonché i suicidi, questi, dopo la morte, venivano “espulsi” dalla comunità cristiana cittadina e venivano inumati fuori dalle mura o al margine estremo delle stesse. Furono gli stessi acattolici a scegliere quei luoghi per le sepolture e ciò gli fu consentito da una deliberazione del Sant’Uffizio che nel 1671 acconsentì che ai “Signori non cattolici” cui toccava di morire in città venisse risparmiata l’onta di trovare sepoltura assieme alle prostitute e ai peccatori. La prima sepoltura di un protestante di cui si abbia notizia fu quella di un seguace del re esule Giacomo Stuart, chiamato William Arthur, che morì a Roma, dove era giunto per sfuggire alle repressioni seguite alle sconfitte dei giacobiti in Scozia.

Come indica il nome ufficiale, il Cimitero acattolico di Roma è destinato all’estremo riposo in generale dei non-cattolici stranieri, senza distinzione di nazionalità. Per lo spazio esiguo a disposizione e per mantenere intatto il carattere del luogo, solo eccezionalmente viene concessa la sepoltura a italiani illustri che, per la cultura alternativa espressa in vita, “straniera” rispetto a quella dominante, per la qualità della loro opera, o per altre circostanze della vita siano stati in qualche modo “stranieri” nel proprio paese. Tra loro, il politico Antonio Gramsci e lo scrittore Dario Bellezza.

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I grandi, centenari cipressi, il prato verde che circonda parte delle tombe, la bianca piramide che svetta dietro la recinzione di mura romane, insieme ai gatti che prendono il sole e passeggiano indisturbati tra le lapidi redatte in tutte le lingue del mondo, conferiscono a questo piccolo cimitero uno stile inimitabile.

 

Articolo di Federica Mancusi

Foto da:

http://www.ilpost.it

romapoint.blogspot.com

 

Via Giulia: la Strada Sparita di Roma

Esistono cammini senza viaggiatori. Ma vi sono ancor più viaggiatori che non hanno i loro sentieri.

Gustave Flaubert

 

Il posto in cui vogliamo condurvi oggi è proprio un “sentiero” e speriamo che voi, che finora avete deciso di viaggiare con noi e di farvi prendere per mano per essere condotti in negli angoli nascosti di Roma, possiate far vostra questa strada.

Quella di cui vi parleremo non è una strada qualunque, ma è una delle strade più lunghe di Roma.

Parliamo di Via Giulia, una strada di origine medievale lunga circa 1 chilometro e situata  a cavallo fra il  Rione Regola e il Rione Ponte, da Ponte Sisto alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.

Via Giulia oggi

Via Giulia oggi

Durante il Medioevo questa via veniva chiamata magistralis perché veniva considerata una via maestra, nonostante fosse stretta e fangosa.

Il nome attuale le deriva da papa Giulio II Della Rovere, il quale nel 1508, insieme al Bramante, ha progettato questa via. Inizialmente, quindi, la strada prende il nome di “Strada Julia” e viene pensata come centro finanziario della città. L’idea era quella di costruire un grande palazzo che riunisse le corti giudiziarie sparse per la città in un’unica sede.

Fontana del Mascherone - E. Roesler Franz - 1880 circa

Fontana del Mascherone – E. Roesler Franz – 1880 circa

Inoltre, considerando la vicinanza con il Tevere, l’intento è anche quello di creare una via commerciale che collegasse le varie zone del fiume e smaltisse il traffico commerciale.

Il grande progetto ideato dal pontefice, però, non viene completato e nel 1511 i lavori vengono interrotti.

Ciò che resta del Palazzo dei Tribunali che doveva essere realizzato è solo il suo basamento, una sorta di sedile che il popolo comincia a chiamare “sofà di Via Giulia”.

Sofà di Via Giulia

Sofà di Via Giulia

Con il passare del tempo la strada ospita molti artisti quali ad esempio Raffaello, Cellini e Borromini; quest’ultimi la scelgono come residenza e la via diventa una sorta di Via Margutta (potete leggere il nostro articolo su Via Margutta cliccando qui).

La via subisce un grande sviluppo grazie ad un progetto urbanistico promosso dalla Famiglia Farnese, che inizia con la costruzione dello sfarzoso palazzo della famiglia.

Palazzo Farnese

Palazzo Farnese

Nel 1603 viene costruito l’Arco Farnese, che aveva lo scopo di collegare la terrazza del Palazzo Farnese con le altre costruzioni della famiglia verso il Tevere. In questa zone era situato un grande giardino,  che creava un panorama suggestivo anche grazie alla vicinanza della Fontana del Mascherone, una fontana che si presuppone sia stata  realizzata anch’essa a spese della famiglia.

 

Fontana del Mascherone di Via Giulia

Fontana del Mascherone di Via Giulia

Purtroppo con l’avvento di Roma Capitale e per arginare il fiume Tevere, vengono costruiti i muraglioni sul fiume che dividono la via dal fiume e che servono ad arginare le piene. Questo tipo di decisione, però, ha determinato la distruzione o il ridimensionamento di molti palazzi. I mulini tiberini, i traghetti, le ville sul fiume, tutto questo viene eliminato dal riassetto urbano e la conseguenza è l’isolamento della zona. La strada perde il suo particolare rapporto con il fiume e ne risente soprattutto l’aspetto estetico.

via Giulia - incisione di G. Vasi - 1761

via Giulia – incisione di G. Vasi – 1761

Nonostante tutto la strada rimane una delle più belle e suggestive di Roma. Nel momento in cui vi si entra sembra di essere catapultati indietro nel tempo. Una zona che sembra aver preservato alla perfezione l’elemento storico, anche per il fatto che le strade seguono ancora i percorsi del 1500.

Una strada sospesa a metà, fra passato e presente, che ha il sapore del sogno e che, pur essendo in parte “sparita”, conserva all’interno elementi che richiamano ciò che non c’è più. Ma se decidete di ripercorrerla, vi invitiamo a farlo immaginando di essere in un’altra epoca, donando nuova vita a ciò che non c’è più… se non altro nel vostro cuore.

 

Articolo di Federica Ponza

Le foto da:

Wikipedia

http://www.istantidibellezza.it/

E voi, avete mai sentito una statua parlare?

Pasquino, Marforio, il Facchino, Madama Lucrezia, il Babuino, l’Abate Luigi…no, tranquilli, non stiamo dando nomi a caso! Vogliamo solamente riportavi alla memoria le statue parlanti di Roma. Non ne avete mai sentito parlare? Ottimo! Oggi Roma In Punta di Piedi vi porta nel XVI secolo e vi racconta la loro storia.

Quando il Papa governava Roma, i potenti tremavano al solo pensiero della lingua tagliente di queste statue. Erano, infatti, delle vere e proprie armi capaci di opporsi all’arroganza e alla corruzione delle classi dominanti, con senso dell’umorismo e grande umorismo.

Ma come è nata la loro leggenda? Semplicemente appendendo dei cartelli satirici durante la notte presso di loro, collocate ancora oggi, in posti molto frequentati della città. Ogni mattina chiunque poteva leggerli, o farseli leggere visto l’alto numero di analfabeti all’epoca, prima che le guardie li rimuovessero . Ben presto le sei statue, come tradizione conta, presero il nome collettivo di “Il Congresso degli Arguti”.

I cartelli affrontavano vari temi in latino o dialetto, potevano recitare poesie, ma il più delle volte erano di tipo umoristico e satirico e il bersaglio principale era il Papa. Gli autori sono sempre rimasti ignoti al popolo, ma ai sei personaggi che parlavano in loro vece sono stati dati dei soprannomi.

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La statua di Pasquino

La statua parlante più famosa è quella di Pasquino, nelle vicinanze di Piazza Navona. Leggenda vuole che sia stata rinvenuta presso la bottega di un barbiere, o di un’osteria, secondo un’altra versione, il cui proprietario si chiamava proprio Pasquino. La sua popolarità ha fatto sì che le burle scritte sui cartelli prendessero il nome di “pasquinate”. Odiatissimo dai papi, ne ebbe a dire una per tutti!

Una della pasquinate più celebri riguarda Urbano VIII della famiglia Barberini, che ordinò a Bernini di rimuovere le parti bronzee del Pantheon affinché potessero essere utilizzate per realizzare il baldacchino nella Basilica di San Pietro: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, recitò Pasquino. All’approssimarsi della morte di Clemente XI, invece, Pasquino sentenziò: “Dacci un papa miglior, Spirito Santo, che ci ami, tema Dio, né campi tanto”.

Marforio era la spalla di Pasquino. Infatti, in alcune satire, le due statue dialogano fra loro come accadde durante l’occupazione francese e la razzia di tesori da parte di Napoleone:

Marforio domanda: “E’ vero che i Francesi sono tutti ladri?

E Pasquino: “Tutti no, ma Bona Parte”.

Fra le statue parlanti meno conosciute troviamo il Facchino, Madama Lucrezia, il Babuino e l’Abate Luigi il cui epitaffio recita:

Fui dell’antica Roma un cittadino

Ora Abate Luigi ognun mi chiama

Conquistai con Marforio e con Pasquino

Nelle satire urbane eterna fama

Ebbi offese, disgrazie e sepoltura

Ma qui vita novella e alfin sicura”.

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L’Abate Luigi

 

Oggi solo Pasquino sembra essere sempre pronto a dialogare con il popolo, non si lascia sfuggire l’occasione di graffiare umoristicamente e satiricamente chi detiene il potere! L’usanza è ancora quella di non firmare i suoi versi e i passanti non aspettano altro che leggere i suoi commenti più taglienti…

 

Articolo di Elisa Salvati

 

Foto da: wikipedia.org.

 

La Gatta di Palazzo Grazioli

Verso la metà dell’Ottocento fu costruita la facciata posteriore di Palazzo Grazioli, palazzo conosciutissimo a Roma, per ovvie ragioni, e venne aperta la piazza che dal palazzo prende il nome. Qualcuno pensò così di collocare sul primo cornicione dell’edificio una piccola gatta marmorea, rinvenuta nell’antico Tempio di Iside, dai cui resti, nel corso dei secoli, erano già stati prelevati tanti altri frammenti, statue e obelischi.

Fu collocata proprio lì, dunque, sull’angolo del cornicione di Palazzo Grazioli, questa piccola gatta di marmo, e la via su cui posa il suo sguardo si chiama da allora, per questo motivo, Via della Gatta. Oltre alla via, un tempo la gatta dava il nome anche alla suddetta piazza, prima che il duca Grazioli vi costruisse il suo palazzo.

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La gatta, che sporge dal cornicione, è da sempre oggetto di leggende curiose e molto misteriose. C’è chi dice che una gatta della zona, vagabondando nella notte, avesse visto il divampare di un incendio e, svegliando tutti con i suoi acuti miagolii, avesse salvato le case e le vite degli abitanti. La piccola statuetta sarebbe dunque una testimonianza della gratitudine popolare.

Ma è più conosciuta la storia che narra di una bambina che stava per cadere dal cornicione. Così una gatta, con il suo miagolio incessante, avrebbe fatto accorrere in soccorso la madre, evitando dunque la tragedia. Anche in questo caso la piccola felina sarebbe stata collocata sul cornicione dell’edificio in segno di gratitudine.

Un’altra storia ancora invece suggerisce che la direzione dello sguardo dell’animale indicherebbe il punto esatto in cui è stato nascosto un meraviglioso tesoro.  Ma chissà qual è la verità!

E voi? Conoscete qualche altra leggenda?

 

Articolo di Federica Mancusi

 

Foto da www.panoramio.com

“Quante strade rare e belle, sò l’orgojo de ‘sto monno, che t’incanti ner vedelle”

Oggi abbiamo scelto un posto di Roma che forse molti di voi conoscono, ma che nasconde qualche bella storia che vorremmo raccontarvi.

Avete presente Piazza del Popolo? Certo – direte – chi non la conosce? Chiunque sia passato da Roma probabilmente avrà fatto un salto in questa splendida piazza, fra le più famose della Capitale. E Piazza di Spagna? Anche quella. Sempre piena di turisti, con una fama internazionale, Trinità dei Monti e la sua fiorita scalinata. Due fra le piazze più belle e famose di Roma, in cui molti e molte di voi saranno passati almeno un centinaio di volte. Allora, cosa c’è da dire più di questo?

In effetti non sono questi i luoghi di Roma in cui volevamo accompagnarvi oggi. Il posto in cui andremo si trova da queste parti, fra Piazza di Spagna e Piazza del Popolo. Qui c’è una via molto famosa  e frequentata: Via del Babbuino. Ed è proprio fra le parallele di questa via che nasconde il luogo di oggi.

Sapete che posto è quello ritratto nella foto qui sotto? Probabilmente alcuni di voi saranno in grado di riconoscerla, tanti altri forse no. Ma se siete curiosi, basta avere ancora un po’ di pazienza e scendere un po’ più in basso nella pagina e saprete cosa vi vogliamo raccontare.

margutta prima

Molti la conoscono come La Via degli Artisti ma il suo vero nome è Via Margutta, una piccola oasi incantata al centro di Roma. Varcando l’ingresso di questa via sembra davvero di essere scaraventati in un universo parallelo. La confusione del centro fa lentamente spazio ad un posto che sembra sospeso fra sogno e realtà, alla quiete soave di una via in cui anche l’aria è leggera, priva di smog.

Via Margutta

Via Margutta

Nel 1400 questa zona è occupata principalmente da comunità religiose ed horti, ma subisce profonde trasformazioni a seguito di un processo di lottizzazione.

Via Margutti diviene una piccola via situata nella parte posteriore dei palazzi di Via del Babbuino,

dove vengono parcheggiate le carrozze e in cui sono ubicate le scuderie. La zona, inoltre, ospita le case di lavoratori dell’epoca quali muratori, marmisti, stallieri, cocchieri che svolgevano la loro attività in questo viottolo. Un artista ignoto apre la sua prima bottega e comincia a realizzare le prime opere d’arte, dando il via a quel grande slancio artistico che la caratterizzerà fino ai giorni nostro.

Nel corso del Cinquecento lo scenario subisce variazioni ancora più profonde e questa strada acquisisce quell’assetto bohemien che le è tipica. In questo periodo, infatti, si insediano nella zona artisti e stranieri, una fascia sociale molto raffinata. Il verde diventa l’aspetto predominante, la via assume odori e sapori tipici, con le botteghe degli artisti che crescono a vista d’occhio, come tanti piccoli fiori in mezzo ad uno splendido paesaggio all’arrivo della Primavera.

Ai primi del Novecento nella zona fioriscono anche un gran numero di opere artistiche; in particolare nel 1927, in questa via, dall’architetto Pietro Lombardi viene realizzata la Fontana delle Arti, una piccola fontana a base triangolare che all’apice presenta secchi e pennelli e contiene due volti, uno triste e l’altro sorridente, emblema tipico dell’arte.

La Fontana delle Arti

La Fontana delle Arti

La via diventa famosa negli anni ’50, dopo per aver ospitato alcune scene del film Vacanze Romane e di Un Americano a Roma. Da questo momento in poi diventerà residenza di molti personaggi di rilievo fra qui Federica Fellini e Anna Magnani.

Tutt’ora la strada è sede di iniziative artistiche ed esposizioni, fra cui la più importante è “Cento pittori a via Margutta”, una rassegna artistica nata nel 1953 grazie all’iniziativa di alcuni artisti. L’evento trasforma la via in una mostra a cielo aperto, ricca di colori e forme, che ospita opere anche di artisti sconosciuti.

Una strada che è da sempre il rifugio di artisti, poeti, musicisti, scultori; un luogo in cui l’arte si respira nell’aria, si tocca con mano, dove la trovi ovunque, che ti circonda e ti avvolge.

Targa per Federico Fellini e Giulietta Masina

Targa per Federico Fellini e Giulietta Masina

“Via Margutta, quante strade rare e belle

sò l’orgojo de ‘sto monno

che t’incanti ner vedelle…

io però sai che risponno?

“Via Margutta ormai è lampante

che le batte tutte quante

perchè è unica e speciale

 e ner monno nun c’è uguale!”

Strade belle e rare, come se ne vedono poche, un posto in cui arte e artisti trovano da sempre riposo. Un posto la cui essenza è l’arte a tutto tondo.

Articolo di Federica Ponza

 

Foto da:

roma.blogosfere.it

www.mpnews.it

Respirare arte anche ai bordi di Villa Torlonia: la Casina delle Civette

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La Casina delle Civette

Chi vive a Roma, ma anche chi la visita solamente da turista, respira l’arte in ogni sua forma. Quella classica, quella moderna…non si può sfuggirle quando si passeggia per le vie della città, tra i Fori e le gallerie d’arte, nemmeno quando corriamo o organizziamo un semplice pic-nic a Villa Torlonia. Non serve nemmeno arrivare nel cuore del parco, già sulla soglia delle sue mura scorgiamo la Casina delle Civette, emblema unico dello stile Liberty romano. Nascosta da una piccola collina artificiale, è una piccola oasi rispetto all’ufficialità della residenza principale.

La Casina deve il suo nome alle numerose civette che l’adornano, sia all’interno che all’esterno, sulle vetrate, e fino all’Ottocento era conosciuta anche con il nome di Capanna Svizzera, per il suo aspetto rustico, molto simile a uno chalet svizzero o un rifugio alpino. Fu ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli per volere del principe Alessandro Torlonia e ben presto cominciò ad essere modificata nel suo aspetto, iniziando a prendere le forme di quel “Villaggio Medievale” che il nipote del principe, Giovanni Torlonia Jr. commissionò all’architetto Enrico Gennari. È proprio con Gennari che l’edificio comincia a trasformarsi in una residenza elegante, con grandi finestre, porticati, vetrate e maioliche colorate.

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Particolare di una vetrata: la civetta da cui la Casina prende il nome

La denominazione “Villino delle Civette” risale al 1916, quando Duilio Cambellotti decora la vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, oltre che per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni, un uomo scontroso e amante dei simboli esoterici. Sempre nello stesso periodo, l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborando un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty.

Tra le tante decorazioni la presenza delle vetrate è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell’edificio: le vetrate sono un “unicum” nel panorama artistico internazionale, prodotte tutte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto. Ma con la morte del principe Giovanni, iniziò anche il degrado della Casina che, tra il 1944 e il 1947, fu occupata, insieme a tutta la villa, dalle truppe angloamericane.

Sul finire degli anni Settanta il Comune di Roma acquisì la Villa e sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose, per non parlare dei danni provocati da un incendio nel ’91. L’anno successivo iniziarono i lavori di restauro che si sono avvalsi di molteplici fotografie, di numerosi documenti d’archivio e dei verbali redatti durante l’occupazione bellica per far tornare a splendere la Casina delle Civette e l’intera Villa Torlonia. Le fotografie sono state utilizzate per la ricostruzione dell’aspetto degli esterni dell’edificio, mentre i verbali e i documenti d’archivio hanno dato informazioni utili soprattutto sulle decorazioni e gli arredi interni.

Quella che oggi vediamo è opera di mani pazienti e abili che hanno portato a termine, nel 1997, un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, restituendo a Roma uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del Novecento.

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Altra vetrata della Casina

 

Articolo di Elisa Salvati

Foto da: http://www.pass2go.it; http://www.museivillatorlonia.it; wikipedia.it

Il Palazzetto degli Anguillara e la Casa di Dante

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai … davanti alla casa di Dante in Roma. E come dimenticare il nostro divinissimo amico e il suo viaggio ultraterreno? È impossibile. Ma se vi state chiedendo se fosse la vera casa di Dante, cioè quella in cui ha vissuto veramente, la risposta è no!!

La Casa di Dante in Roma venne costituita come ente morale nel 1914 dal regio decreto del 16 luglio 1914 n.796 da Vittorio Emanuele III e fu dichiarata sotto l’alto patrocinio dalla regina madre Margherita di Savoia, che pose la prima firma delle attività culturali, allo scopo di essere l’organo principe in Italia per la promulgazione e il sostegno della Divina Commedia.

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L’edificio in cui ha sede l’istituzione si trova a Trastevere, ed è meglio conosciuto come Palazzetto o Torre degli Anguillara. Venne costruito intorno alla metà del sec. XV per iniziativa del conte Everso II degli Anguillara, il quale fece costruire una sorta di piccola fortezza, inglobando e restaurando una torre più antica – le cui fondamenta si possono far risalire al sec. XIII – situata in posizione strategica sulla sponda destra del Tevere, idonea a controllare il fiume e l’Isola Tiberina che le sta di fronte.

Nel 1538, in seguito al declino della fortuna della famiglia Anguillara, il Palazzetto fu acquistato da Alessandro Picciolotti da Carbognano, uomo della corte pontificia e già vassallo, pare, degli Anguillara. Ma qualche anno dopo, nel 1542 un devastante terremoto procurò gravi danni che non furono adeguatamente riparati, per cui cominciò un degrado progressivo, con lunghi periodi di abbandono, della struttura, che ben presto venne soprannominata il “Palazzaccio”.

Passato successivamente alle “zitelle” di S. Eufemia, l’edificio venne acquistato nel 1827 da Giuseppe Forti, borghese trasteverino, che lo adibì a sede di una fabbrica di vernici e vetri colorati. Infine, espropriato nel 1887 dal Comune di Roma, venne restaurato agli inizi del Novecento, con un’opera di recupero della struttura antica affidata alle cure dell’architetto Augusto Fallani. Egli fece inglobare sulle pareti esterne e soprattutto interne, nel cortile, frammenti di antichi reperti e fregi architettonici, tra cui colonne con capitelli, insegne araldiche, e tra queste lo stemma degli Anguillara, con due anguille incrociate.

Nel 1920, compiuti i lavori di restauro e ristrutturazione, l’edificio venne così consegnato alla Casa di Dante, che, dopo averlo opportunamente arredato e attrezzato per la nuova destinazione, ne ha conservato fino ad oggi la gestione. Una lapide sulla facciata prospiciente il Tevere ricorda l’evento:

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Dal 1913, per ogni anno, si sono succeduti alla cattedra della Casa di Dante in Roma i maggiori dantisti del Novecento e anche grandi figure della cultura italiana, non dantisti “di professione”, ma intellettuali di grande rilievo nel panorama letterario e culturale del tempo che, dopo aver illustrato ogni singolo canto della Commedia, discutevano poi di aspetti dell’opera e della figura di Dante o della realtà storica e culturale del suo tempo. Attualmente la Casa di Dante in Roma organizza: mostre, convegni, seminari, conferenze, esposizioni di libri, sul maggior poeta italiano e tutte le domeniche continuano letture e spiegazioni dei canti della Commedia invitando al dibattito eminenti intellettuali e docenti universitari. Insomma, per gli appassionati di Dante, un vero tesoro.

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Articolo di Federica Mancusi

Fota da: www.30giorni.it; http://www.casadidanteinroma.it

San Lorenzo: quel quartiere ribelle al centro di Roma

“La sinistra rivoluzionaria con le sue sigle varie e sincopate si era piantata dentro San Lorenzo. Si andava all’osteria. Si riunivano tavoli, si stava lì a discutere, a stendere il testo di un volantino, un manifesto. Gli artigiani e pensionati, coetanei della guerra mondiale, parlavano volentieri con una gioventù spiccia e curiosa di storia.”

Erri De Luca

San Lorenzo è sicuramente uno dei quartieri storici di Roma e fra i più conosciuti fra i giovani romani e non, per essere un luogo di ritrovo ed incontro. Quando si nomina questo quartiere, le parole che subito vengono alla mente sono gioventù, festa, vita, divertimento.

Ma immaginiamo di prendere una macchina del tempo e ripercorrere tutta la storia del quartiere, cosa ci sarebbe di diverso rispetto ad oggi?

San Lorenzo ha subito alcuni cambiamenti nel tempo, ma nell’essenza è rimasto fedele a se stesso dalle origini fino ad oggi. Come al solito andiamo con ordine.

Piazzetta San Lorenzo

Piazzetta San Lorenzo

Alla fine dell’800 San Lorenzo è una zona rurale che però, proprio in questo periodo, comincia ad accogliere i migranti provenienti dal Sud.

Tra il 1884 e il 1888 si compie la prima urbanizzazione del quartiere come stava avvenendo un po’ in tutta Roma, ma la costruzione avviene in maniera disordinata, disattendendo le norme igieniche e sociali. Le prime case sono poco più che baracche e sono pensate per accogliere gli operai provenienti dall’Italia Meridionale che si recavano a Roma in cerca di lavoro e di un riscatto sociale. Il quartiere è fatiscente ed i residenti vivono in condizioni di povertà e malattia.

Nel 1909 il Comune di Roma interviene con un piano regolatore che però non cambia di molto la situazione del quartiere, ne prevede solo il completamento.

Il quartiere, perciò, è caratterizzato da un forte isolamento sociale, accoglie principalmente i proletari e le loro famiglie; ma, oltre ad accogliere le classi sociali più umili, rimane la meta prediletta di migranti e sbandati.

In questo periodo San Lorenzo è un luogo degradato, teatro di povertà ed illegalità, promiscuità e malattia, un luogo fra i più malfamati di Roma.

L’arrivo della guerra peggiora ancora di più le condizioni di questo quartiere che vedo l’esodo dei proprio uomini chiamati alle armi e l’arrivo di un ingente numero di profughi e poveri nonché il peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie che porta alla diffusione di epidemie di vario tipo.

Nel corso degli anni Venti, proprio perché San Lorenzo è il quartiere proletario per eccellenza, la zona diventa la roccaforte dell’Antifascismo e rimarrà tale anche nel Secondo Dopoguerra.

Proprio qui nascono gli Arditi del Popolo, un movimento popolare composto da anarchici, comunisti e socialisti che si oppongono fermamente al regime fascista. Molteplici sono gli scontri in questo quartiere e il movimento vede la partecipazione anche di giovani e donne.

In questo periodo proliferano circoli e sezioni che svolgono attività politiche e culturali.

Dal punto di vista urbano la zona subisce un miglioramento con la costruzione di edifici di diverso tipo.

L’arrivo della Seconda Guerra Mondiale porta un grande fervore nella zona, dove cominciano ad avvenire pesanti rastrellamenti di antifascisti.

Il 19 luglio 1943 è una data che segna profondamente le sorti del quartiere perché questo subisce un pesante bombardamento e danni incalcolabili. La zona è semi-distrutta e il bilancio delle vittime mostruoso. San Lorenzo, infatti, è uno dei primi quartieri ad essere bombardato e anche quello che subisce maggiori danni.

Bombardamento di san lorenzo

Negli anni della Resistenza, la popolazione della zona accoglie ed ospita antifascisti e fuggiaschi.

Proprio negli anni del Secondo Dopoguerra inizia la ricostruzione che dura per diversi anni e il crescente flusso migratorio di persone provenienti dal Sud fa sì che la zona sia di nuovo investita da problematiche sociali ed economiche.

Intanto riaprono le sedi dei partiti e la zona torna ad essere un luogo di ritrovo per comunisti, antifascisti, liberi pensatori e giovani sovversivi.

Collettivo Radio Onda Rossa

Collettivo Radio Onda Rossa

San Lorenzo diventa il quartiere prediletto per accogliere la sede dei collettivi autonomi: è il periodo della lotta studentesca che si intreccia con quella operaia e il quartiere, come già in passato, è caratterizzato da attivismo e fervore politico.

Proprio la zona di San Lorenzo diventa sede di due delle stazioni radio che ricoprono un ruolo essenziale nel coordinamento delle attività di protesta sia a livello locale che nazionale: Radio Onda Rossa, in via dei Volsci, e di Radio Città Aperta.

Sede Radio Onda Rossa

Sede Radio Onda Rossa

 

Tra gli anni Settanta ed Ottanta il quartiere viene popolato da giovani universitari e da impiegati nel settore terziario, iniziando ad assumere la connotazione che ha oggi.

Un luogo che mette al primo posto i valori della libertà e della cultura, tanto che questo luogo diventa il laboratorio di molti artisti, ospita spesso eventi culturali e musicali.

E dando uno sguardo al passato, come abbiamo fatto, ci rendiamo conto che in fondo San Lorenzo è stato sempre il quartiere dei giovani, degli alternativi, di quelli che non si conformano.

Si potrebbe dire che un tempo era tutto diverso, ma qualcuno potrebbe rispondere che non lo era neanche troppo.

Un quartiere brulicante di iniziative sociali, sovversivo, diverso, alternativo, praticamente da sempre, nel bene e nel male.

Articolo di Federica Ponza

Foto da :

http://www.liberarepubblicadisanlorenzo.it

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