E voi, avete mai sentito una statua parlare?

Pasquino, Marforio, il Facchino, Madama Lucrezia, il Babuino, l’Abate Luigi…no, tranquilli, non stiamo dando nomi a caso! Vogliamo solamente riportavi alla memoria le statue parlanti di Roma. Non ne avete mai sentito parlare? Ottimo! Oggi Roma In Punta di Piedi vi porta nel XVI secolo e vi racconta la loro storia.

Quando il Papa governava Roma, i potenti tremavano al solo pensiero della lingua tagliente di queste statue. Erano, infatti, delle vere e proprie armi capaci di opporsi all’arroganza e alla corruzione delle classi dominanti, con senso dell’umorismo e grande umorismo.

Ma come è nata la loro leggenda? Semplicemente appendendo dei cartelli satirici durante la notte presso di loro, collocate ancora oggi, in posti molto frequentati della città. Ogni mattina chiunque poteva leggerli, o farseli leggere visto l’alto numero di analfabeti all’epoca, prima che le guardie li rimuovessero . Ben presto le sei statue, come tradizione conta, presero il nome collettivo di “Il Congresso degli Arguti”.

I cartelli affrontavano vari temi in latino o dialetto, potevano recitare poesie, ma il più delle volte erano di tipo umoristico e satirico e il bersaglio principale era il Papa. Gli autori sono sempre rimasti ignoti al popolo, ma ai sei personaggi che parlavano in loro vece sono stati dati dei soprannomi.

Immagine

La statua di Pasquino

La statua parlante più famosa è quella di Pasquino, nelle vicinanze di Piazza Navona. Leggenda vuole che sia stata rinvenuta presso la bottega di un barbiere, o di un’osteria, secondo un’altra versione, il cui proprietario si chiamava proprio Pasquino. La sua popolarità ha fatto sì che le burle scritte sui cartelli prendessero il nome di “pasquinate”. Odiatissimo dai papi, ne ebbe a dire una per tutti!

Una della pasquinate più celebri riguarda Urbano VIII della famiglia Barberini, che ordinò a Bernini di rimuovere le parti bronzee del Pantheon affinché potessero essere utilizzate per realizzare il baldacchino nella Basilica di San Pietro: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, recitò Pasquino. All’approssimarsi della morte di Clemente XI, invece, Pasquino sentenziò: “Dacci un papa miglior, Spirito Santo, che ci ami, tema Dio, né campi tanto”.

Marforio era la spalla di Pasquino. Infatti, in alcune satire, le due statue dialogano fra loro come accadde durante l’occupazione francese e la razzia di tesori da parte di Napoleone:

Marforio domanda: “E’ vero che i Francesi sono tutti ladri?

E Pasquino: “Tutti no, ma Bona Parte”.

Fra le statue parlanti meno conosciute troviamo il Facchino, Madama Lucrezia, il Babuino e l’Abate Luigi il cui epitaffio recita:

Fui dell’antica Roma un cittadino

Ora Abate Luigi ognun mi chiama

Conquistai con Marforio e con Pasquino

Nelle satire urbane eterna fama

Ebbi offese, disgrazie e sepoltura

Ma qui vita novella e alfin sicura”.

Immagine

L’Abate Luigi

 

Oggi solo Pasquino sembra essere sempre pronto a dialogare con il popolo, non si lascia sfuggire l’occasione di graffiare umoristicamente e satiricamente chi detiene il potere! L’usanza è ancora quella di non firmare i suoi versi e i passanti non aspettano altro che leggere i suoi commenti più taglienti…

 

Articolo di Elisa Salvati

 

Foto da: wikipedia.org.

 

La “Forma Urbis” e il backup ante litteram

Sapevi che in via dei Fori imperiali, alla destra della basilica dei Santi Cosma e Damiano, si trovava una gigantesca mappa di Roma antica?

Oggi di questa mappa non resta che un muro bucherellato, ma nel 200 d.C. lì era stata costruita una “Forma Urbis”, alta ben tredici metri e lunga diciotto suddivisa in circa centocinquanta tasselli applicati sul muro per mezzo di perni (ecco spiegati i buchi che vediamo oggi).

La mappa serviva, probabilmente, come archivio catastale delle proprietà e dei confini di Roma; certo la consultazione, come anche l’eventuale modifica, era alquanto complessa visto che le informazioni erano incise sul marmo, per questo motivo si crede che ne esistesse una copia su papiro e che la versione in marmo funzionasse come un backup ante litteram in caso di danneggiamenti della versione su papiro.

Ad oggi  di tutti quei tasselli ce ne pervengono solo 1189, i rimanenti sono oggetto di ricerca di appassionati archeologi.

Immagine

Fori Imperiali

Immagine

Un tassello della “Forma Urbis”

Roberta Sardo

Foto da: www.shakespeareinitaly.it www.info.roma.it

La Gatta di Palazzo Grazioli

Verso la metà dell’Ottocento fu costruita la facciata posteriore di Palazzo Grazioli, palazzo conosciutissimo a Roma, per ovvie ragioni, e venne aperta la piazza che dal palazzo prende il nome. Qualcuno pensò così di collocare sul primo cornicione dell’edificio una piccola gatta marmorea, rinvenuta nell’antico Tempio di Iside, dai cui resti, nel corso dei secoli, erano già stati prelevati tanti altri frammenti, statue e obelischi.

Fu collocata proprio lì, dunque, sull’angolo del cornicione di Palazzo Grazioli, questa piccola gatta di marmo, e la via su cui posa il suo sguardo si chiama da allora, per questo motivo, Via della Gatta. Oltre alla via, un tempo la gatta dava il nome anche alla suddetta piazza, prima che il duca Grazioli vi costruisse il suo palazzo.

Immagine

La gatta, che sporge dal cornicione, è da sempre oggetto di leggende curiose e molto misteriose. C’è chi dice che una gatta della zona, vagabondando nella notte, avesse visto il divampare di un incendio e, svegliando tutti con i suoi acuti miagolii, avesse salvato le case e le vite degli abitanti. La piccola statuetta sarebbe dunque una testimonianza della gratitudine popolare.

Ma è più conosciuta la storia che narra di una bambina che stava per cadere dal cornicione. Così una gatta, con il suo miagolio incessante, avrebbe fatto accorrere in soccorso la madre, evitando dunque la tragedia. Anche in questo caso la piccola felina sarebbe stata collocata sul cornicione dell’edificio in segno di gratitudine.

Un’altra storia ancora invece suggerisce che la direzione dello sguardo dell’animale indicherebbe il punto esatto in cui è stato nascosto un meraviglioso tesoro.  Ma chissà qual è la verità!

E voi? Conoscete qualche altra leggenda?

 

Articolo di Federica Mancusi

 

Foto da www.panoramio.com

La visione di Augusto e “l’Altare del Cielo”

Sapevi che nella Chiesa dell’Ara Coeli si trova un reperto che lega l’impero romano all’origine della chiesa cristiana?

Dopo aver salito i ripidi gradini che precedono l’ingresso, entrare nella chiesa non è solo uno spettacolo, ma riserva anche un enigma al visitatore; sulla terza colonna a sinistra è possibile, con un po’ di attenzione, scorgere un’incisione che recita: “ A cubiculo augustorum” che vuol dire “Dalla stanza degli augusti” segno questo, che indica la provenienza della colonna proprio dalla casa dell’imperatore. Qual’ è il nesso?

La chiesa dell’Ara Coeli, che significa “Altare del cielo”, sorge su un l’altare che l’imperatore fece edificare in onore di un misterioso “Signore del Cielo” in seguito ad una visione avuta, proprio nella sua stanza, pochi anni prima della nascita di Gesù; la nitida visione aveva ad oggetto una donna che gli annunciava l’arrivo del Signore dei Cieli.

Augusto non poteva immaginare chi fosse quel misterioso “Signore”, ne che esso avrebbe scosso alle fondamenta l’impero di cui era a capo, ma quella visione lo coinvolse a tal punto da fargli edificare un altare in onore del cielo; su quell’altare ora sorge la chiesa  dell’Ara Coeli.

Immagine

Chiesa dell’Ara Coeli

Immagine

Colonna con incisione

Roberta Sardo

Foto da:it.wikipedia.org, romaleggendaria.blogspot.com

“Quante strade rare e belle, sò l’orgojo de ‘sto monno, che t’incanti ner vedelle”

Oggi abbiamo scelto un posto di Roma che forse molti di voi conoscono, ma che nasconde qualche bella storia che vorremmo raccontarvi.

Avete presente Piazza del Popolo? Certo – direte – chi non la conosce? Chiunque sia passato da Roma probabilmente avrà fatto un salto in questa splendida piazza, fra le più famose della Capitale. E Piazza di Spagna? Anche quella. Sempre piena di turisti, con una fama internazionale, Trinità dei Monti e la sua fiorita scalinata. Due fra le piazze più belle e famose di Roma, in cui molti e molte di voi saranno passati almeno un centinaio di volte. Allora, cosa c’è da dire più di questo?

In effetti non sono questi i luoghi di Roma in cui volevamo accompagnarvi oggi. Il posto in cui andremo si trova da queste parti, fra Piazza di Spagna e Piazza del Popolo. Qui c’è una via molto famosa  e frequentata: Via del Babbuino. Ed è proprio fra le parallele di questa via che nasconde il luogo di oggi.

Sapete che posto è quello ritratto nella foto qui sotto? Probabilmente alcuni di voi saranno in grado di riconoscerla, tanti altri forse no. Ma se siete curiosi, basta avere ancora un po’ di pazienza e scendere un po’ più in basso nella pagina e saprete cosa vi vogliamo raccontare.

margutta prima

Molti la conoscono come La Via degli Artisti ma il suo vero nome è Via Margutta, una piccola oasi incantata al centro di Roma. Varcando l’ingresso di questa via sembra davvero di essere scaraventati in un universo parallelo. La confusione del centro fa lentamente spazio ad un posto che sembra sospeso fra sogno e realtà, alla quiete soave di una via in cui anche l’aria è leggera, priva di smog.

Via Margutta

Via Margutta

Nel 1400 questa zona è occupata principalmente da comunità religiose ed horti, ma subisce profonde trasformazioni a seguito di un processo di lottizzazione.

Via Margutti diviene una piccola via situata nella parte posteriore dei palazzi di Via del Babbuino,

dove vengono parcheggiate le carrozze e in cui sono ubicate le scuderie. La zona, inoltre, ospita le case di lavoratori dell’epoca quali muratori, marmisti, stallieri, cocchieri che svolgevano la loro attività in questo viottolo. Un artista ignoto apre la sua prima bottega e comincia a realizzare le prime opere d’arte, dando il via a quel grande slancio artistico che la caratterizzerà fino ai giorni nostro.

Nel corso del Cinquecento lo scenario subisce variazioni ancora più profonde e questa strada acquisisce quell’assetto bohemien che le è tipica. In questo periodo, infatti, si insediano nella zona artisti e stranieri, una fascia sociale molto raffinata. Il verde diventa l’aspetto predominante, la via assume odori e sapori tipici, con le botteghe degli artisti che crescono a vista d’occhio, come tanti piccoli fiori in mezzo ad uno splendido paesaggio all’arrivo della Primavera.

Ai primi del Novecento nella zona fioriscono anche un gran numero di opere artistiche; in particolare nel 1927, in questa via, dall’architetto Pietro Lombardi viene realizzata la Fontana delle Arti, una piccola fontana a base triangolare che all’apice presenta secchi e pennelli e contiene due volti, uno triste e l’altro sorridente, emblema tipico dell’arte.

La Fontana delle Arti

La Fontana delle Arti

La via diventa famosa negli anni ’50, dopo per aver ospitato alcune scene del film Vacanze Romane e di Un Americano a Roma. Da questo momento in poi diventerà residenza di molti personaggi di rilievo fra qui Federica Fellini e Anna Magnani.

Tutt’ora la strada è sede di iniziative artistiche ed esposizioni, fra cui la più importante è “Cento pittori a via Margutta”, una rassegna artistica nata nel 1953 grazie all’iniziativa di alcuni artisti. L’evento trasforma la via in una mostra a cielo aperto, ricca di colori e forme, che ospita opere anche di artisti sconosciuti.

Una strada che è da sempre il rifugio di artisti, poeti, musicisti, scultori; un luogo in cui l’arte si respira nell’aria, si tocca con mano, dove la trovi ovunque, che ti circonda e ti avvolge.

Targa per Federico Fellini e Giulietta Masina

Targa per Federico Fellini e Giulietta Masina

“Via Margutta, quante strade rare e belle

sò l’orgojo de ‘sto monno

che t’incanti ner vedelle…

io però sai che risponno?

“Via Margutta ormai è lampante

che le batte tutte quante

perchè è unica e speciale

 e ner monno nun c’è uguale!”

Strade belle e rare, come se ne vedono poche, un posto in cui arte e artisti trovano da sempre riposo. Un posto la cui essenza è l’arte a tutto tondo.

Articolo di Federica Ponza

 

Foto da:

roma.blogosfere.it

www.mpnews.it

Il sepolcro di Elio Callistio già “Sedia del Diavolo”

Sapevi che tra l’intricato tessuto stradale del quartiere africano, in una piazza che prende il nome di Elio Callistio, sorge un sepolcro chiamato “Sedia del Diavolo”?

Il sepolcro, dedicato allo schiavo liberato Elio Callistio, ha infatti la forma di un grande trono che, leggenda vuole, sia stato fatto apparire dal re degli inferi per accomodarsi nella città santa.

Si tratta solo di fantasie, certo, ma hanno un fondamento di vita reale!

Nel Medioevo Piazza Elio Callistio era un covo di briganti e prostitute e lì si compivano orge, samba e riti occulti insomma, un luogo degno di Satana soprattutto quando, la notte, le luci dei falò si accendevano al suo interno donandogli un aspetto spettrale.

Immagine

Targa in marmo di Piazza Elio Callistio

Immagine

Sepolcro di Elio Callistio

Roberta Sardo

Foto da: www.06blog.it, www.tripadvisor.it

Respirare arte anche ai bordi di Villa Torlonia: la Casina delle Civette

Immagine

La Casina delle Civette

Chi vive a Roma, ma anche chi la visita solamente da turista, respira l’arte in ogni sua forma. Quella classica, quella moderna…non si può sfuggirle quando si passeggia per le vie della città, tra i Fori e le gallerie d’arte, nemmeno quando corriamo o organizziamo un semplice pic-nic a Villa Torlonia. Non serve nemmeno arrivare nel cuore del parco, già sulla soglia delle sue mura scorgiamo la Casina delle Civette, emblema unico dello stile Liberty romano. Nascosta da una piccola collina artificiale, è una piccola oasi rispetto all’ufficialità della residenza principale.

La Casina deve il suo nome alle numerose civette che l’adornano, sia all’interno che all’esterno, sulle vetrate, e fino all’Ottocento era conosciuta anche con il nome di Capanna Svizzera, per il suo aspetto rustico, molto simile a uno chalet svizzero o un rifugio alpino. Fu ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli per volere del principe Alessandro Torlonia e ben presto cominciò ad essere modificata nel suo aspetto, iniziando a prendere le forme di quel “Villaggio Medievale” che il nipote del principe, Giovanni Torlonia Jr. commissionò all’architetto Enrico Gennari. È proprio con Gennari che l’edificio comincia a trasformarsi in una residenza elegante, con grandi finestre, porticati, vetrate e maioliche colorate.

Immagine

Particolare di una vetrata: la civetta da cui la Casina prende il nome

La denominazione “Villino delle Civette” risale al 1916, quando Duilio Cambellotti decora la vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, oltre che per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni, un uomo scontroso e amante dei simboli esoterici. Sempre nello stesso periodo, l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborando un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty.

Tra le tante decorazioni la presenza delle vetrate è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell’edificio: le vetrate sono un “unicum” nel panorama artistico internazionale, prodotte tutte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto. Ma con la morte del principe Giovanni, iniziò anche il degrado della Casina che, tra il 1944 e il 1947, fu occupata, insieme a tutta la villa, dalle truppe angloamericane.

Sul finire degli anni Settanta il Comune di Roma acquisì la Villa e sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose, per non parlare dei danni provocati da un incendio nel ’91. L’anno successivo iniziarono i lavori di restauro che si sono avvalsi di molteplici fotografie, di numerosi documenti d’archivio e dei verbali redatti durante l’occupazione bellica per far tornare a splendere la Casina delle Civette e l’intera Villa Torlonia. Le fotografie sono state utilizzate per la ricostruzione dell’aspetto degli esterni dell’edificio, mentre i verbali e i documenti d’archivio hanno dato informazioni utili soprattutto sulle decorazioni e gli arredi interni.

Quella che oggi vediamo è opera di mani pazienti e abili che hanno portato a termine, nel 1997, un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, restituendo a Roma uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del Novecento.

Immagine

Altra vetrata della Casina

 

Articolo di Elisa Salvati

Foto da: http://www.pass2go.it; http://www.museivillatorlonia.it; wikipedia.it

I fantasmi del Muro Torto

Sapevi che il Muro Torto è considerato, da tempo immemore, come un luogo infausto, infestato da spiriti e maledetto?

L’omonimo muro trova la sua collocazione su Viale del Muro Torto ed è quello che resta di un’antica villa risalente a circa venti secoli fa; ciò che da al muro l’appellativo di “torto” è  la sua caratteristica sporgenza  di circa un metro rispetto alla base che plasma la conformazione del viale sul quale è sito, creandovi una curva stretta conosciuta come “curva della morte”.

Le leggende sulla sua inclinazione si susseguono nei secoli e una fra tutte imputa le sue forme pendenti ad un fulmine che colpì il muro il giorno esatto della crocifissione di Pietro. Altre leggende macabre però ammantano il posto di un alone di mistero; pare infatti che il muro sorga su di un cimitero sconsacrato a cui fino al 1800 erano destinati i corpi dei condannati a morte e delle donne di malaffare, i cui spiriti aleggiano ancora in prossimità del muro tant’è che alcuni giurano di avervi visto dei fantasmi con la testa mozzata.

Non vi basta? Ci sono informazioni ancora più recenti, sempre non piacevoli: all’inizio del 1900 molte persone, come soggiogate dall’influenza nefasta di questo muro (anche definito “malo”), sceglievano questo punto per gettarsi nel vuoto e mettere così fine alla propria vita. Per fermare questa assurda epidemia di suicidi si decise di mettere delle reti metalliche “dissuasive”.

Immagine

Stampa antica ritraente il Muro Torto

Immagine

Il Muro Torto

Immagine

Viale del Muro Torto

Roberta Sardo

Foto da: www.info.roma.it,www.roma2oggi.it,www.catoneilcensore.com

 

Il Palazzetto degli Anguillara e la Casa di Dante

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai … davanti alla casa di Dante in Roma. E come dimenticare il nostro divinissimo amico e il suo viaggio ultraterreno? È impossibile. Ma se vi state chiedendo se fosse la vera casa di Dante, cioè quella in cui ha vissuto veramente, la risposta è no!!

La Casa di Dante in Roma venne costituita come ente morale nel 1914 dal regio decreto del 16 luglio 1914 n.796 da Vittorio Emanuele III e fu dichiarata sotto l’alto patrocinio dalla regina madre Margherita di Savoia, che pose la prima firma delle attività culturali, allo scopo di essere l’organo principe in Italia per la promulgazione e il sostegno della Divina Commedia.

Immagine

 

 

L’edificio in cui ha sede l’istituzione si trova a Trastevere, ed è meglio conosciuto come Palazzetto o Torre degli Anguillara. Venne costruito intorno alla metà del sec. XV per iniziativa del conte Everso II degli Anguillara, il quale fece costruire una sorta di piccola fortezza, inglobando e restaurando una torre più antica – le cui fondamenta si possono far risalire al sec. XIII – situata in posizione strategica sulla sponda destra del Tevere, idonea a controllare il fiume e l’Isola Tiberina che le sta di fronte.

Nel 1538, in seguito al declino della fortuna della famiglia Anguillara, il Palazzetto fu acquistato da Alessandro Picciolotti da Carbognano, uomo della corte pontificia e già vassallo, pare, degli Anguillara. Ma qualche anno dopo, nel 1542 un devastante terremoto procurò gravi danni che non furono adeguatamente riparati, per cui cominciò un degrado progressivo, con lunghi periodi di abbandono, della struttura, che ben presto venne soprannominata il “Palazzaccio”.

Passato successivamente alle “zitelle” di S. Eufemia, l’edificio venne acquistato nel 1827 da Giuseppe Forti, borghese trasteverino, che lo adibì a sede di una fabbrica di vernici e vetri colorati. Infine, espropriato nel 1887 dal Comune di Roma, venne restaurato agli inizi del Novecento, con un’opera di recupero della struttura antica affidata alle cure dell’architetto Augusto Fallani. Egli fece inglobare sulle pareti esterne e soprattutto interne, nel cortile, frammenti di antichi reperti e fregi architettonici, tra cui colonne con capitelli, insegne araldiche, e tra queste lo stemma degli Anguillara, con due anguille incrociate.

Nel 1920, compiuti i lavori di restauro e ristrutturazione, l’edificio venne così consegnato alla Casa di Dante, che, dopo averlo opportunamente arredato e attrezzato per la nuova destinazione, ne ha conservato fino ad oggi la gestione. Una lapide sulla facciata prospiciente il Tevere ricorda l’evento:

Immagine

Dal 1913, per ogni anno, si sono succeduti alla cattedra della Casa di Dante in Roma i maggiori dantisti del Novecento e anche grandi figure della cultura italiana, non dantisti “di professione”, ma intellettuali di grande rilievo nel panorama letterario e culturale del tempo che, dopo aver illustrato ogni singolo canto della Commedia, discutevano poi di aspetti dell’opera e della figura di Dante o della realtà storica e culturale del suo tempo. Attualmente la Casa di Dante in Roma organizza: mostre, convegni, seminari, conferenze, esposizioni di libri, sul maggior poeta italiano e tutte le domeniche continuano letture e spiegazioni dei canti della Commedia invitando al dibattito eminenti intellettuali e docenti universitari. Insomma, per gli appassionati di Dante, un vero tesoro.

Immagine

Articolo di Federica Mancusi

Fota da: www.30giorni.it; http://www.casadidanteinroma.it

Le stercorare e i riti “d’intronizzazione”

Sapevi che le stercorare erano antichi WC il cui accesso era riservato alla nobiltà romana?

Due di questi “regali troni”, muniti di foro centrale, ebbero collocazione fino alla metà del Settecento presso la Scala Santa poiché, pare avessero un ruolo di prim’ordine nei riti di intronizzazione dei papi; sul ruolo in questione le dicerie si sprecano tant’è che una prima versione li veste di un aurea simbolica, un’altra invece li vede destinati a fini più pratici.

Una prima leggenda racconta che per scopi propiziatori i papi ricevessero le chiavi della Chiesa seduti prima su un trono e poi su di un altro in nome della fertilità, dell’umiltà e della nuova nascita; un’altra leggenda più bizzarra invece sostiene che i pontefici prendessero posto su queste sedie per sottoporsi a curiose analisi che avrebbero dovuto accertare il loro genere maschile.

Oggi è possibile ritrovare i due esemplari di stercorare presso il museo di Louvre e dei Musei Vaticani.

Immagine

Bagni romani

 

Immagine

Reperti di stercorare presso Ostia antica

 

 

Roberta Sardo

Foto da: www.adgblog.it, www.romanoimpero.com