Una volta Hollywood si affacciava sul Tevere: gli Studios di Cinecittà

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L’entrata di Cinecittà

Siamo in pieno Festival di Cannes e quale migliore occasione per raccontarvi i fasti e la magnificenza degli antichi studios di Cinecittà? Le prime produzioni cinematografiche italiane, quelle americane, attrici e attori, la Dolce Vita….ma andiamo con ordine! Proprio quest’anno ricorrono i 77 anni della fondazione di questo piccolo regno di teatri di posa, laboratori di post produzione e sale conferenze, che fin dal 1937 ha visto la realizzazione di oltre 3000 film. E non parliamo di film qualunque: 90 di essi sono stati nominati agli Oscar e circa la metà ha conquistato l’ambita statuetta. Federico Fellini, Francis Ford Coppola, Luchino Visconti e Martin Scorsese: vi dicono niente questi nomi? Fondata durante gli anni del fascismo e luogo di memoria per tutti coloro che vissero il rastrellamento del Quadraro, nel 1944, prima di essere deportati in Germania, gli studios furono trasformati in ricoveri per gli sfollati. A causa di questi fatti si ebbero consistenti perdite dovute sia alla razzia dei tedeschi nel lasciare lo stabilimento, sia agli sfollati che bruciarono gran parte dei documenti archiviati per scaldarsi durante i bombardamenti. Con la fine della guerra e la ricostruzione anche gli studios ebbero nuova vita. Gli anni Cinquanta segnarono l’esplosione di Cinecittà: gli americani si accorsero del suo potenziale: risale al 1951 il Quo Vadis? di Mervyn LeRoy, al 1959 il Ben Hur di William Wyler, tutti film del genere peplum e soprannominati “sandaloni” dalla manovalanza locale. Tale boom ebbe origine dalla competitività economica degli studi romani, complice anche un’apposita legge che non consentiva ai produttori stranieri di esportare i guadagni realizzati in Italia, obbligandoli di fatto a reinvestire in loco. È da qui che Cinecittà comincia ad essere conosciuta come l’”Hollywood sul Tevere”. Nel corso dei successivi due decenni furono girati una quarantina di film americani, che hanno contribuito a rendere ancora più magnificente Cinecittà e il suo soprannome: a esso è associata tradizionalmente l’immagine di opere grandiose di soggetto storico, con enormi budget, scenografie imponenti e migliaia di comparse. Il successo delle produzioni americane introdusse nella società romana degli anni Cinquanta, piuttosto provinciale, mediamente sonnolenta e discretamente ipocrita, fenomeni di sociologia e mondanità “moderne” quali il divismo, i parties,  i “paparazzi“, i night club. Proprio La dolce vita felliniana, con protagonista Marcello Mastroianni, è il film simbolo di questa evoluzione. Il mito di Cinecittà non conosce battute d’arresto, è una sorta di Eldorado, è essa stessa una sorta di personaggio: basti ricordare Bellissima, di Luchino Visconti, e Roma, di Fellini. L’Italia stessa, compresa Roma, diventa un set a cielo aperto: quanti di voi non hanno immaginato di percorrere le vie della città eterna in Vespa come fanno Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vacanze Romane? O di incontrare l’amore come le tre segretarie americane di Tre Soldi Nella Fontana?

Audrey Hepburn e Gregory Peck in "Vacanze Romane" di William Wyler

Audrey Hepburn e Gregory Peck in “Vacanze Romane” di William Wyler

L’industria cinematografica, non solo grazie ai contributi americani, ma anche francesi e spagnoli, ebbe in quegli anni una discreta rilevanza economica per la città. Roma era ancora abbastanza raccolta, non superava di molto il milione di abitanti. Gli studios generarono un ampio indotto legato sia alle produzioni che alla commercializzazione dei film, fatto di comparse, artigiani, operai, tecnici, impiegati, impresari, imprenditori e produttori avventurosi, palazzinari golosi di mondanità, artisti a caccia di occasioni, tutto quello che si chiamò, per anni, il “generone” romano. Ma la fine degli anni Sessanta segnò anche la fine dell’Hollywood all’italiana: con lo sviluppo della televisione, la fine delle produzioni kolossal di carattere storico e la parallela crisi dell’industria cinematografica italiana, Cinecittà perse lentamente, per più di una ventina d’anni, il primato tecnico e produttivo che l’aveva resa mitica. Nonostante tali problemi, si realizzarono ancora alcune opere d’autore di grande impegno, come Ludwig di Visconti, Novecento di Bernardo Bertolucci, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, C’era una volta in America di Leone; eppure Fellini sembrava l’unico a credere nell’avvenire degli studios romani: non solo vi girò tra gli anni Settanta e Ottanta tutti i suoi film, da Amarcord a E la nave va, ma con Intervista le dedicò un ultimo e malinconico omaggio. Nel 1983 giunse a scadenza il vincolo di esproprio sui 60 ettari di Cinecittà; il valore dell’area passò così da zero a 100 miliardi di lire: ne furono subito venduti 20 ettari, sui quali fu edificato un grande centro commerciale. Con i circa 30 miliardi di lire incassati si colmò il deficit pregresso e si ottennero alcuni anni di autonomia finanziaria, che si concretizzò in un temporaneo aumento dei film realizzati, e nel ritorno di alcune grandi produzioni, come L’ultimo imperatore di Bertolucci. Ma un nuovo calo si verificò dal 1987. La via d’uscita fu trovata all’inizio degli anni Novanta nell’apertura alla produzione televisiva, pur mantenendo quella cinematografica, e nell’ingresso delle nuove tecnologie digitali; tali innovazioni vennero rese possibili da una quarta e più radicale ristrutturazione, che quadruplicò la cubatura degli edifici e fece passare i teatri di posa da 12 a 22. Nel corso del decennio la crisi è stata superata. L’estensione e la modernizzazione degli impianti hanno permesso anche il ritorno dei film statunitensi, per la prima volta dopo vent’anni: dal 1989 ne sono stati girati 12, tra cui alcuni kolossal, come Il padrino parte III di Francis F. Coppola, Il paziente inglese di Anthony Minghella, fino alla lavorazione di Gangs of New York, nel 2002, di Martin Scorsese, che con le sue immense scenografie è sembrato poter rinverdire i fasti della Cinecittà di una volta.

Un angolo di America a Cinecittà

Un angolo di America a Cinecittà

Non ci sono parole migliori di quelle di Fellini per concludere il viaggio a ritroso nel tempo di Cinecittà:

“L’hanno definita la fabbrica dei sogni: un po’ banale, ma anche vero. È un posto che dovrebbe essere guardato con rispetto, perché al di là di quel recinto di mura ci sono artisti dotati e ispirati che sognano per noi. Per me è il posto ideale, il vuoto cosmico prima del big bang”.

Arredo di scena de "Il Casanova" di Federico Fellini, oggi posto all'entrata di Cinecittà

Arredo di scena de “Il Casanova” di Federico Fellini, oggi posto all’entrata di Cinecittà

 

Articolo di Elisa Salvati

 

Foto da: http://www.sindacatospettacolo.it; wikipedia.it; http://www.mymovies.it

 

 

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